| LE ORIGINI DI POMPEI | |||||
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| Aperto
tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 (da ottobre a febbraio fino alle 17.00)
La storia di Pompei inizia
verso la fine del II millennio a. C., quando le popolazioni italiche della Campania
centro-meridionale, gli Opici, occuparono l'estremità di un'antichissima colata lavica
che, dalle pendici meridionali del Vesuvio, si protendeva verso il mare. Questo pianoro
dalle pareti scoscese, circondato su due lati dal fiume Sarno e situato vicino alla costa,
si presentava ai suoi primi abitanti come un luogo ottimale per l'insediamento: poteva
essere facilmente difeso, l'acqua non mancava e l'attività preistorica del vulcano aveva
reso fertili le terre circostanti. Inoltre dal pianoro di Pompei si dominava quasi tutta
la costa del Golfo di Napoli e si poteva controllare la foce del fiume, punto di arrivo al
mare delle vie e dei traffici provenienti dalla pianura interna. Di questo primo abitato
non sappiamo praticamente nulla, poiché gli strati più antichi sotto le case della
città romana non sono stati quasi mai raggiunti dalle ricerche archeologiche. Tutto
quello che ci rimane è un nucleo di frammenti ceramici raccolti in vari punti della
città. Molto tempo dopo, nel VI secolo a. C., avvenne la prima grande trasformazione
dell'antico abitato. Tutto il pianoro venne cinto da un muro di fortificazione e furono
costruiti per la prima volta i templi più antichi della città: il tempio di Apollo e il
tempio dorico. Nonostante sia stata accertata già in quest'epoca la presenza di imponenti
edifici pubblici, ampie porzioni dello spazio racchiuso dalle mura non furono edificate e
probabilmente utilizzate per l'agricoltura o per l'allevamento. L'approdo presso la foce
del fiume aveva intanto favorito la nascita di un mercato, dove si concentrarono le
attività commerciali tra le genti italiche e le popolazioni greche ed etrusche della
regione. Alla fine del V secolo a. C. Cuma e Capua, le due "capitali" della
Campania, furono conquistate dai Sanniti, un popolo italico che proveniva dalle zone
interne dell'appennino abruzzese e molisano, attirato dalle fertili terre vicine alla
costa. L'ondata degli invasori investì probabilmente anche il piccolo centro di Pompei,
ma la struttura dell'abitato restò sostanzialmente immutata. L'ultima fase della storia
della città inizia con il II secolo a C., quando Roma concluse felicemente la seconda
guerra contro Cartagine e consolidò il suo potere sulle città campane. Pompei si
abbellì con edifici, sia pubblici sia privati, simili a quelli che si trovavano nelle
città latine e a Roma stessa. Nell'80 a. C. il dittatore romano Silla conquistò
militarmente Pompei dopo un lungo assedio e vi fondò una colonia. Da questo momento in
poi i magistrati sannitici (meddices) vennero soppressi e la città fu retta da un senato
di circa 100 membri (ordo) da due edili (magistrati addetti alla manutenzione dei
monumenti e delle strade della città) e da due duoviri (i sommi magistrati a cui era
affidato il potere esecutivo). Nel 62 d. C. un disastroso terremoto si abbatté sulle
città del Golfo di Napoli danneggiando gravemente anche Pompei. Nerone, allora
imperatore, si impegnò personalmente nella ricostruzione delle città colpite dal sisma.
Si trattava però dell'inizio della fine. Alla prima grande scossa ne seguirono altre di
minore entità, ma con frequenza sempre più intensa. Molte case ed edifici pubblici erano
ancora in riparazione la fatidica notte del 24 Agosto 79.
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Nonostante tante travolgenti
vicissitudini politiche, Pompei continuò incessantemente il suo sviluppo da modesto
centro agricolo a importante nodo industriale e commerciale. La prima vera grande sciagura
sopravviene con il terribile terremoto del 62 d.C., che riduce la città a un cumulo di
macerie. Solo lindomita tenacia e la capacità dei cittadini superstiti riescono ben
presto a riattivare le attività industriali, commerciali ed a ricostruire la città
semidistrutta. Già stanno provvedendo ad ultimare e ad ampliare i templi quando
improvvisa sopraggiunge la seconda e irreparabile sciagura: il Vesuvio, da secoli
considerato un vulcano spento e quindi ricco di vigneti e di ville rustiche e di residenze
sontuose, il 24 agosto (per i naturalisti il 24 novembre) del 79 d.C., poco dopo
mezzogiorno, si ridesta improvviso ed esplode con una potenza inesorabilmente
distruttrice. Plinio il Giovane, da Miseno, è testimone dello spaventoso spettacolo «il
cui aspetto e forma nessun albero può rappresentare meglio di un pino»; ne dà una
descrizione impressionante scrivendo anche le vicissitudini e la fine tragica dello zio
(Plinio il Vecchio) che, trascinato dalla passione scientifica, accorre con una nave ad
osservare da vicino lo spaventoso fenomeno e muore per soccorrere e rincuorare
lamico Pomponiano. Rapidamente sulle fiamme che salgono altissime si distende una
immensa e nera nuvola che oscura il sole. Un diluvio di lapilli e scorie incandescenti si
riversa su Pompei. Crollano mura e tetti e poi unondata di cenere mista ad acqua,
cancella ogni forma di vita. Nel buio continuo la scena apocalittica è esaltata dai
fulmini, terremoti e maremoti; i pochi
superstiti che cercano scampo verso Stabia e Nocera vengono raggiunti e uccisi dai gas
velenosi che si propagano ovunque. Questo inferno dura tre giorni e poi tutto è silenzio.
Una coltre di morte, con cinque o sei metri di spessore, si stende da Ercolano a Stabia.
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Il Vesuvio rimarrà desto per
secoli e secoli sino ai giorni nostri; le altre città saranno ricostruite più o meno
nello stesso posto, ma Pompei non risorge più quasi per duemila anni. La gente teme il
terribile sortilegio incombente sul luogo. Sciacalli e cercatori di tesori trafugano per
quanto possibile i resti ancora affioranti, poi Pompei viene dimenticata e se ne perde
ogni traccia. Mille-seicento anni passano prima che se ne incontrino le prima vestigia e
altri centocinquanta anni perché si abbia la sensazione della scoperta della città.
Iniziano così gli scavi sotto i Borboni, ma solo per depredare la città delle opere più
interessanti, opere che ben presto formano il grande Museo Nazionale di Napoli. Ai primi
dellOttocento, scavi ancora affrettati mettono in luce il Foro riducendolo a poco
più di un cumulo di rovine. Leccezionale stato di conservazione viene in parte
recuperato con Giuseppe Fiorelli nel 1860. Questi dà inizio a scavi sistematici e accorti
ed è il primo a rilevare le impronte colando il gesso nello spazio lasciato dalle
sostanze organiche dissoltesi nel lapillo compatto; con questo sistema riprendono forma i
corpi degli uomini e degli animali, di piante, di oggetti polverizzatisi millenovecento
anni fa. Nei decenni che seguono, lopera di restauro e di ripristino raggiunge
livelli eccezionali e sin dal 1909, con Vittorio Spinazzola, gli edifici sono ripristinati
dal tetto alle fondamenta ed ogni cosa, salvatasi per tanti secoli sotto il lapillo,
ritorna alla luce. Questo tipo di scavo sempre più perfetto prosegue nella città ancora
non scoperta (circa il 25%) e così Pompei, in questi ultimi anni, sembra risorgere
miracolosamente, quasi si ridestasse dopo un sonno di diciannove secoli, dove ai vecchi
abitanti operosi e appassionati ci siamo sostituiti noi frettolosi visitatori.
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La scoperta di Pompei rivelò ai
primi scavatori un'immagine del tutto inaspettata della città antica e dei suoi
monumenti. In particolare, i differenti generi di abitazioni attirarono fin da allora
l'attenzione di studiosi e di visitatori. La casa romana infatti era il luogo in cui si
svolgeva gran parte della vita quotidiana e il mezzo attraverso il quale il proprietario
cercava di dare un'immagine del proprio benessere a chi si recava a fargli visita.
Conoscere le case della città, complete dell'arredo e della decorazione originaria,
significa conoscere la storia degli abitanti. La casa romana classica è composta da una
serie di stanze raccolte attorno a un grande ambiente chiamato atrio. L'atrio poteva
essere interamente o parzialmente scoperto è rappresentava il centro dell'abitazione. Al
centro dell'atrio si trovava una vasca chiamata impluvio, destinata a raccogliere l'acqua
piovana. L'atrio era detto tuscanico se il tetto che lo copriva non aveva supporti che lo
sorreggessero da terra, tetrastilo se il tetto era sorretto da quattro colonne poste agli
angoli dell'impluvio e corinzio se attorno all'impluvio era disposto un vero proprio
colonnato. L'ampio ingresso faceva sì che l'interno fosse visibile anche dalla strada,
rivelando così ai passanti i segni della ricchezza dei proprietari. Questo tipo di casa,
specialmente la casa ad atrio tuscanico, ha origini molto antiche ma è attestata a Pompei
solo dal II secolo a. C., da quando cioè la città sannitica venne assorbita nell'orbita
culturale romana. Alla casa ad atrio viene aggiunto con il passare del tempo un portico
con giardino chiamato peristilio posto generalmente subito dietro l'atrio e, se possibile,
in asse con esso. Si tratta di un elemento essenzialmente decorativo. Attorno al
peristilio si dispongono le grandi sale (oeci) da banchetto o da ricevimento e in qualche
caso anche delle piccole terme. Al centro del peristilio si allestiva il giardino della
casa. Alcune case con peristilio furono costruite in posizione panoramica sul limite
meridionale e occidentale della città, cosicché dal giardino colonnato si potesse godere
anche della vista verso il Golfo di Napoli e la penisola sorrentina. Le case ad atrio o ad
atrio con peristilio erano le abitazioni dei ceti più elevati della città. Si pensi che
soltanto l'atrio raggiungeva mediamente una superficie di circa 150 mq. Esisteva
naturalmente anche un genere di edilizia più popolare, che troviamo concentrato
principalmente nei quartieri orientali della città. Qui, in un periodo compreso tra la
fine del III e il II secolo a. C. venne infatti costruita una serie di isolati paralleli
occupati da case a schiera. Si tratta abitazioni di dimensioni inferiori rispetto a quelle
delle case ad atrio, la cui superficie originaria era per metà occupata da ambienti
coperti e per metà da un giardino detto hortus. La parte abitata si sviluppava anche in
questo caso attorno a un ambiente centrale, quasi un piccolo atrio, sempre scoperto. Con
il passare del tempo molte delle proprietà originarie vennero acquistate da pochi
proprietari e gli isolati si trasformarono in lussuose case dotate di enormi giardini.
Oltre alle abitazioni costruite entro le mure gli scavi ci hanno rivelato la presenza di
lussuose ville costruite presso la città, lungo le strade che collegavano Pompei con le
città vicine. Queste ville, come la villa di Diomede o la villa dei Misteri, erano in
realtà delle fattorie che producevano olio e vino dove il padrone aveva allestito un
quartiere residenziale per sé, per la sua famiglia e per gli ospiti di riguardo.
Ritroviamo in queste ville tutti gli elementi delle dimore urbane ma, a differenza delle
case in città, qui il peristilio è sempre posto davanti all'atrio e non viceversa.
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| Nel 79
d.C., prima che l'eruzione ne cambiasse profondamente i connotati, il territorio vesuviano
si presentava del tutto diverso. Il Vesuvio, la cui natura vulcanica era sconosciuta agli abitanti del luogo, aveva una sola cima ed era alto circa 3000 m: sulle sue pendici si coltivavano le viti e i boschi lo ricoprivano fin sulla sommità. Il fiume Sarno correva molto più vicino alla città: in realtà favoriva la formazione di cordoni dunali sfruttati per la coltivazione delle saline. Anche il mare era più vicino alla città di circa 1,5 km. Piante ed animali in grande varietà popolavano i vari habitat. La pianura Lungo il litorale le pinete si interrompevano all'altezza della foce del fiume per cedere il passo ad ampi canneti, che ospitavano una ricca avifauna stanziale e di passo. Salici ed ontani accompagnavano il corso del fiume ed estesi boschi misti si alternavano a colture soprattutto di piante tessili come canapa e lino. Le viti erano maritate ai pioppi per facilitare la maturazione dei grappoli lontano dall'umidità del suolo. La fascia collinare Sulle pendici del Vesuvio le colture cerealicole si alternavano a frutteti e querceti, molto frequentati dai cinghiali. Intorno alla città si sviluppava una fascia di coltivazioni orticole, i cui prodotti alimentavano il mercato cittadino. Le pendici dei Lattari, monti di natura calcarea, erano invece coltivate soprattutto ad olivi. La fascia montana La sommità del Vesuvio era ricca di foreste, prevalentemente di faggio, popolate di cervi e caprioli. Anche il Faito, e il toponimo lo testimonia, era ricoperto di faggete, che si alternavano ad ampi pascoli, che accoglievano in estate gli animali transumanti. Mammiferi di diversa taglia ed uccelli, tra cui grossi rapaci, popolavano i boschi. |
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