| IL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE | |||
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| Le due grandi
sale del pianterreno ospitano la ricca decorazione architettonica e scultorea proveniente
dagli scavi all'Heraion del Sele ed un'ampia scelta di frammenti architettonici e
di ex-voto, prevalentemente terrecotte con l'immagine della dea Hera o di offerenti, ma
anche vasi, oggetti in metallo ed in osso, offerti dai fedeli nel lungo arco di tempo
della vita del santuario. A questi si è aggiunta una testa bronzea barbata, appartenente
ad una statua della seconda metà del IV sec. a.C., forse raffigurante un filosofo o un
sacerdote, frutto di un rinvenimento casuale nelle acque del Sele. Le metope arcaiche in
arenaria (570/60 a.C.) furono attribuite dagli scopritori al primo thesauros e
perciò montate su una struttura che doveva replicarne l'altezza e le dimensioni (e che ha
condizionato pesantemente ogni ipotesi di allestimento futuro del Museo). La scoperta (1959) di altre tre metope dello stesso ciclo, ora esposte su una balaustra in basso a destra del cd. thesauros, ha rimesso pesantemente in discussione questa ricostruzione, facendo giustamente presupporre che esse dovessero ornare e proteggere la parte alta della travatura lignea di più di un edificio. Eseguite con tecniche diverse (rilievo o contorno delle figure a silhouette) da più scultori, le metope raffigurano episodi del mito e dell'epos greco. Diciotto sono dedicate ad imprese di Eracle che nel significato del nome ("colui che è reso celebre da Hera"), manifesta il suo stretto legame con la dea del santuario. Altre sono dedicate ad episodi del ciclo troiano o a temi dell'Orestea ispirati a tradizioni letterarie elaborate nell'Occidente greco agli inizi del VI sec. a.C. Nell'altra sala del pianterreno si conservano la decorazione a gronde leonine e le dieci metope superstiti del tempio maggiore dell'Heraion. Queste ultime (510 a.C.), fortemente permeate di cultura figurativa ionica, compongono una sorta di narrazione continua con una teoria di fanciulle che a coppie incedono verso destra, mentre una sola è raffigurata in fuga col capo volto all'indietro. Le diverse interpretazioni date al movimento delle fanciulle non permettono di identificare con certezza il mito raffigurato (ratto di Elena? fuga delle Nereidi spaventate dalla lotta tra il loro padre ed Eracle? etc.). |
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| Strumenti di
selce, rinvenuti ad oriente della Basilica ai primi del '900 e databili al Paleolitico,
costituiscono le testimonianze più antiche della presenza dell'uomo sul luogo dove
sorgerà Poseidonia. All'età neolitica si riferiscono i materiali della cultura denominata di Serra d'Alto, nel Materano (anse a cartoccio) e di Diana (nelle Eolie: frammenti di tazze, olle, ciotole, anse a rocchetto), che provengono da uno scavo condotto nel 1960 a nord-ovest del Tempio di Cerere. Dalla stessa area vengono i materiali di alcuni corredi funebri (come tazze e ciotole decorate a trattini incisi), indizio di rapporti con la cultura eneolitica pugliese di Laterza. Ma il più cospicuo complesso di materiali eneolitici esposti viene dalla zona del Gaudo i cui corredi funebri sono costituiti da armi in selce e, più raramente, in metallo, da strumenti in ossidiana e da vasi in ceramica con la superficie nero-lucida. Le forme più diffuse sono: le brocche con corpo globulare, collo cilindrico ed anse verticali; le cosiddette "saliere", vasi doppi i cui due elementi sono collegati da un ponticello ed un'ansa sormontante; l'askos a contorno quadrangolare o triangolare . Tutte queste forme trovano confronto nel mondo egeo ed anatolico. Poche sono le testimonianze relative all'Età del Ferro: la piccola necropoli di Capodifiume (IX sec. a.C.), ad est della città, attesta la presenza di un nucleo di agricoltori, partecipi di quella cultura detta villanoviana, irradiata dal vicino centro di Pontecagnano, che usavano deporre le ceneri dei defunti in anfore biconiche d'impasto coperte da uno scodellone. . |
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| Una scelta della
più antica ceramica d'importazione, soprattutto corinzia (fine VII sec. a.C.), finora
rinvenuta a Paestum, apre la ricca sezione dedicata alla città, la cui parte
preponderante è costituita dall'insieme di oggetti provenienti dai santuari urbani, in
cui si riflettono i culti della polis. Oltre alle numerosissime statuette, i
depositi votivi hanno restituito anche sculture in terracotta policroma di particolare
bellezza, che sono state anche accostate, a vario titolo, alla contemporanea produzione
etrusca. Tra queste spicca la statua di culto raffigurante una divinità maschile in trono (Zeus?), che doveva essere collocata originariamente in un tempietto del santuario meridionale. Databile verso il 520 a.C., la figura presenta un corpo dai volumi massicci, coperto da un chitone giallo e da un mantello rosso bordato da motivi geometrici in nero. Il viso e le parti nude sono dipinte in rosso acceso; in nero sono la barba, i baffi sottili e la capigliatura (su cui doveva essere una corona in bronzo, perduta), acconciata sulla fronte in piccole ciocche verticali e raccolta sul retro in grosse trecce tubolari, che ricadono pesantemente dietro le spalle. Funzione di decorazione architettonica doveva avere il busto femminile acefalo con la veste decorata da svastiche. Anche in questo pezzo (500 a.C.) vi è quella predilizione, già riscontrata nello Zeus, per le forme piene e robuste, che emergono dalla sottile veste segnata in vita da un bordo ondulato. . |
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| Il più
importante nucleo di oggetti bronzei della città è costituito dalle sei hydriai
e dalle due anfore provenienti dal sacello-heroon dell'agora di Poseidonia. La loro attribuzione a uno o più centri di produzione dell'Italia Meridionaleè tuttora molto discussa. Le anfore non sono decorate e solo la più piccola ha i manici che terminano a forma di mano. Una ricca decorazione plastica caratterizzata invece le anse delle hydriai: teste femminili dalle lunghe trecce, fiancheggiate da arieti sdraiati, leoni che afferrano l'orlo del vaso, sfingi accosciate e teste di cavallo. Uno splendido leone a tutto tondo, ritto sulle zampe posteriori, funge da manico verticale dell'hydria più bella ed originale del gruppo. |
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| I corredi tombali
di età lucana hanno restituito una grande quantità di vasi dipinti nella tecnica a
figure rosse, prodotti dalle botteghe artigiane attive in città. Studi e ricerche recenti
permettono oggi di fissare l'inizio delle attività di queste officine intorno al 380 a.C.
Le più alte manifestazioni della produzione sono legate a tre pittori. Di due di essi, Assteas
e Python, conosciamo i nomi perchè, unici tra i ceramisti che operarono in Magna
Grecia, firmano alcune delle loro opere. Tra i vasi firmati di Assteas spicca un'hydria con la raffigurazione della partenza di Bellerofonte per la Licia, proveniente dal corredo della tomba di Contrada Vecchia di Agropoli. Ma gli è attribuita anche una lekythos, non firmata, dalla tomba n.2 del Gaudo, con il tema della purificazione di Oreste a Delfi. Python, forse allievo di Assteas, firma la grande anfora dipinta della tomba n.24 della necropoli di Andriuolo, dove è raffigurata, con grande vivacità, la nascita di Elena dall'uovo di Leda. L'uovo è posto su un altare policromo sulla cui base è dipinta la scritta "Python egrapsen" ("Python ha disegnato"). Il terzo artigiano di grande livello, che però non ha lasciato la sua firma è quello noto col nome di Pittore di Afrodite, dal tema raffigurato sulla grande anfora policroma della tomba n.13 della Licinella. Sul lato principale del vaso è raffigurata Afrodite tra due eroti. La dea regge con la mano sinistra un timpano ed emerge da un complesso motivo vegetale che si allarga con girali, foglie e fiori ad avvolgere tutto il vaso. Sul lato posteriore in un paesaggio agreste è Dionisio, circondato da menadi e giovani satiri con offerte, tirsi e corone di fiori. Allo stesso pittore appartiene anche l' oinochoe (sempre dalla tomba n.13), con il giudizio di Paride al cui cospetto Hermes conduce Hera, Athena e Afrodite che, rappresentata di fronte, innanzi alle altre dee, è già prefigurata come vincitrice della contesa. |
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| Al momento della
deduzione della colonia latina (273 a.C.) ci riporta invece la statua in bronzo del sileno
Marsia, rinvenuta nel Foro di Paestum nel 1931. Priva delle braccia, è composta da 5 parti staccate, fuse separatamente ed unite a formare una piccola e tozza figura barbata, gonfia e quasi deforme. Ai piedi reca calzari ed alle caviglie vistosi ceppi (compedes), rappresentati aperti. Le ipotesi più accreditate individuano nel Marsia il simbolo della raggiunta libertà dei nuovi coloni di Paestum di origine plebea. |
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| Se l'uso delle
tombe dipinte è estraneo al mondo greco (in questo senso la Tomba del Tuffatore
costituisce un unicum), nel IV sec. con il dominio lucano esso si afferma a
Paestum in modo assai diffuso, pur rimanendo sempre prerogativa delle classi emergenti. A
quest'epoca risale la ricchissima serie delle pitture funerarie, di cui, per ragioni di
spazio è esposta solo una piccola parte, oggetto di un recentissimo restauro. Le tombe
sono a cassa e, come prova la terminazione a triangolo delle lastre sui lati brevi,
coperte con due spioventi. L'analisi delle pitture, condotta insieme allo studio dei
corredi che accompagnavano il defunto (vasi deposti anche a decine, armi per gli uomini,
gioielli per le donne: un panorama ben diverso da quello dei sobri corredi greci!)
permette di seguire lo sviluppo delle rappresentazioni pittoriche per tutto il IV sec.
a.C. Le tombe più antiche, databili intorno al 380/70 a.C. sono decorate nello spazio
centrale della lastra con fasce, corone, bende, rami e talvolta con oggetti che ripetono
quelli effettivamente deposti sul morto. Questo gruppo è ben esemplificato dalla tomba
n.21 di Andriuolo con arbusto ed uccelli. Intorno al 360 a.C. si afferma l'uso di vere e proprie scene figurate. Le più numerose presentano sulla lastra principale un guerriero a cavallo con elmo ornato da piume e la corazza a tre dischi di tipo italico che è accolto da una donna che gli porge i vasi per bere, come nella tomba n.12 di Andriuolo. Questa scena è riservata alle sole tombe maschili. In quelle femminili la lastra principale è occupata da elementi decorativi, come melograni e corone. Le immagini degli altri lati della cassa, comuni ad entrambi i sessi, raffigurano duelli, pugilatori in lotta, corse di bighe, insomma quei giochi funebri in onore del defunto di cui ci tramanda notizia, per il mondo romano, lo storico Polibio. Dopo la metà del secolo anche per le sepolture femminili si elaborano iconografie ben precise: la donna è rappresentata o in vita, intenta a filare la lana o da morta, sul letto funebre, circondata da piangenti, come sulla lastra ovest della tomba n.47 di Andriuolo. Nell'ultimo quarto del secolo l'altezza delle figure riempie il campo delle lastre e compaiono nuovi motivi simbolici: combattimenti tra pantere e grifi, fregi d'armi, Vittorie alate su carri. . |
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| Un'apposita sala
del Museo è dedicata alla cosiddetta Tomba del Tuffatore, che è stata oggetto di un
recente restauro (1987). E' una semplice sepoltura a cassa di lastroni, chiusa da una copertura piana, decorata con pitture ad affresco sulle pareti interne. Tra gli oggetti del sobrio corredo (di cui facevano parte anche i resti di una lyra con cassa armonica formata da un guscio di tartaruga), una lekythos a vernice nera contribuisce a datare la deposizione al periodo 480/70 a.C., epoca cui rimanda anche lo stile delle pitture. Sulla parete corta di sinistra un giovinetto nudo che reca in mano una brocca è in piedi accanto al grande cratere da cui doveva attingere il vino. Sulle pareti lunghe è dipinta una scena di simposio: banchettanti coronati di foglie, sdraiati da soli o in coppie sulle klinai sono raffigurati intenti al gioco del kottabos o impegnati in una conversazione amorosa, durante la quale un banchettante ebbro attira a sé un efebo suonatore di cetra o ascoltano rapiti uno di loro intento al suono del doppio flauto. Sull'altro lato corto, accompagnato da un uomo anziano, un giovane si allontana dal simposio preceduto da una flautista. Sulla lastra di copertura, a sovrastare il defunto, è dipinto un uomo nudo che si tuffa in uno specchio d'acqua. La scena è simbolica: nel tuffo va visto il passaggio dalla vita alla morte. Nel pilone che è in primo piano a destra del tuffatore (e che non è un trampolino) si è identificato il segnacolo posto al limite del mondo conosciuto, oltre al quale vi è il fiume Okeanos (lo specchio d'acqua in cui l'uomo si getta), che nelle credenze degli antichi greci portava alle sedi sotterranee dell'oltretomba. In una recentissima rilettura del monumento il pilone è stato interpretato come la porta dell'Ade, confrontandolo con rappresentazioni analoghe su vasi dipinti con la scena di Ulisse in viaggio verso gli Inferi . La Tomba del Tuffatore è l'unica testimonianza della pittura funeraria di Poseidonia nel V sec. a.C. ed è anche un interessante documento dei rapporti esistenti tra la città greca ed il mondo etrusco, poichè richiama, nell'uso di dipingere le pareti interne del sepolcro, pratiche rituali attestate in più larga misura a Capua ed in Etruria. L'opera è stata attribuita a due artigiani di diversa levatura (più sciolto e sicuro il pittore della scena del tuffo, autore anche della lastra con i giocatori di kottabos ed i due amanti), che mostrano di conoscere la tecnica e le conquiste della contemporanea pittura greca, che tuttavia doveva essere di ben più alto livello qualitativo e che è andata del tutto perduta. Si ringrazia la Sig.ra Giovanna Magi Bonechi della Casa Editrice Bonechi per l'autorizzazione alla pubblicazione dei testi, tratti dal libro ARTE E STORIA DI PAESTUM . |
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