CAPPELLA SANSEVERO
Cappella Sansevero
Via De Sanctis 19, nei pressi di Piazza San Domenico Maggiore, tel. 081-5518470.
Capolavori scultori del '700, tra cui il Cristo velato del Sammartino. Esemplari di macchine anatomiche. Fondata nel 1590.
Cappella Sansevero dei Sangro: Il Cristo Velato del Sanmartino G.; Marmo, particolare. Eseguito nel 1753 su modello del Corradini. Scultura barocca Il Disinganno (Francesco Queirolo)La Pudicizia (Antonio Corradini 1752) 

Il Cristo Velato
(A Sanmartino)

  
Tendido allì, adormecido allì
Su cuerpo blanco ofrecido allì
Sin dolor a pesar de las heridas...
La eternidad se arrodilla frente a él
Silencio

Pude una vez acariciarle emocionada
Y su piel frì acaricio mi alma
Cò descibir la vida que me ha dado
El que se ofrece generoso
Ante la aparencia del marmol
La visiòn es enganosa, la realidad es enganosa

Quisiera levantar el velo que le cubre
Besar sus manos calladas
Su frente, su boca
Sus brazos abandonadas
Con la ternura inmensa
Que inspira su belleza
Isabelle Lagos

    Cappella Sansevero
Il nome (anzi, i vari nomi, di cui Napoli è come al solito prodiga) dello strano edificio sono esattamente: "Cappella Sansevero dei Sangro", ovvero "Santa Maria della Pietà dei Sangro", ovvero ancora "La Pietatella".
Perché, secondo una leggenda,una notte vi sarebbe stato arrestato un ladro che, per ottenere la libertà, aveva chiesto pietà alla Vergine e, poi liberato, l’Immagine fu chiamata Pietatella. Mirabile esempio napoletano di scultura barocca omogenea dell’ arte settecentesca, fu costruita come cappella sepolcrale di quell'illustre famiglia da Giovanni Francesco di Sangro di Torremaggiore, valoroso soldato, in seguito ad un voto (dopo essere stato miracolosamente guarito da una malattia), fatto alla Vergine della Pietà, la cui effigie in origine era in affresco su un muro del giardino del suo palazzo; nel 1590 l’affresco fu poi staccato dal muro e collocato nella Cappella, allora congiunta al Palazzo de’ Sangro mediante un passaggio distrutto nel 1889.
Il vero fondatore della Cappella Sansevero fu, però, Raimondo de’ Sangro, principe di Sansevero e di Castelfranco, duca di Torremaggiore e Grande di Spagna, che ai suoi tempi si distingueva per gli studi, la cultura e l’amore per l’arte.
Tra stregonerìa ed alchimia, sul suo conto la dicerìa popolare elaborò e demolì miti e leggende esistenti solo nella fantasia: si disse che il principe, in continuo contatto col diavolo, nel suo palazzo si fosse macchiato di crimini orrendi, stupri e sevizie, che avesse fatto accecare lo scultore Sammartino per paura che questi potesse concepire un altro "Cristo velato", che avesse personalmente condotto esperimenti sui vivi, in particolare su una coppia di servi, oggi scheletri nella Cappella (macchine anatomiche suggestivamente conservate in una cavea sotterranea, alla quale si accede tramite una ripida scaletta) perché la donna si era ribellata alle sue voglie,
così con un preparato di sua invenzione, ha tolto "l'involucro" corporeo, metallizzando fin nell'ultimo capillare l'intero sistema delle vene e delle arterie. Non è noto come sia stato effettuato né si sa se i due infelici fossero o meno già morti quando è stato compiuto l'esperimento.
Un'altra ipotesi ci dice che si tratta di una costruzione completamente artificiale ma anche così non si capisce come si sia potuta realizzare tenendo conto dei mezzi dell'epoca. Altre leggende che si raccontano sono
che avesse fatto costruire poltrone con ossa umane e, in odore di sacrilegio, anche con pelle di…cardinali, che il cavo della sua lampada eterna fosse il cranio di una cameriera.

La verità è che il principe di Sansevero, com’è poi emerso dai numerosi approfondimenti storici e dal ritrovamento di una serie di documenti, rinvenuti in parte presso l’Archivio Notarile di Napoli e in parte presso una collezione privata, non era affatto un mago-stregone ma un uomo colto, scienziato ed alchimista, inventore persino di macchine idrauliche, gran mecenate e figura carismatica, che occupò un posto rilevante nella vita culturale della Napoli settecentesca.
Nel 1750 Raimondo iniziò l’opera chiamando a Napoli alcuni dei migliori artisti italiani dell’epoca, tra cui il Corradini, il Queirolo il pittore Nicola Maria Rossi, Francesco Celebrano, pittore e scultore, Paolo Persico e Francesco Maria Russo, che si adoprarono al massimo per edificare questa splendida costruzione .
La facciata, in verità, è alquanto modesta ma, dalla piccola porticina alla calata San Severo o dalla Porta Grande, si entra in un ambiente talmente affascinante da risultare simile ad un’apparizione fiabesca; una lapide è datata 1766, ricordo dell’anno in cui il principe ritenne di aver portato a termine la sua opera.
Questa chiesetta è di forma rettangolare, con un’ unica navata con quattro grandi archi per le quattro Cappelle; tra gli archi acuti e il cornicione si trovano dei capitelli corinzi in stucco, disegnati dallo stesso principe e la volta, affrescata dal Russo nel 1749, rappresenta la "Gloria del Paradiso" con cupolette, costoloni, archi e finestre da cui si affacciano i sei santi della famiglia. Sempre del Russo sono la cupoletta, affrescata sulla volta dell’altare, e i disegni sulla piccola balconata, mentre invece sono opera del Queirolo gli archi delle cappelle, con i cardinali della famiglia nei sei medaglioni, e altri quattro medaglioni con ritratti decorativi sui monumenti. Sulla porta maggiore è collocata una piccola tribuna dalla quale partiva il passaggio tra la chiesetta e il Palazzo.
Il pavimento è formato da marmette colorate eseguite, pare, personalmente dal principe, con disegno non finito, quasi uguale al rilievo dell’intarsiatura; l’altare maggiore è diviso dalla Cappella da un arco, sulla cui volta è affrescata una cupola con cupolina, con un effetto, una prospettiva ed una luce tali da ingannare facilmente l’osservatore sulla reale esistenza della cupola. Sotto ogni arco c’ è un monumento sepolcrale con la statua del componente della famiglia lì sepolto e presso ogni pilastro l’urna della rispettiva consorte, con sculture rappresentanti le virtù della dama. Completano le opere un medaglione con ritratto, lo stemma della casata e le iscrizioni latine dettate da Raimondo; sull’altare, sostenuta da angeli di stucco, è collocata l’immagine della "Pietatella".
Nella Cappella si trovano opere splendide tra le quali spiccano Il Sepolcro di Cecco di Sangro e la Deposizione del Celebrano, e le tre splendide sculture "velate", La Pudicizia del Corradini, Il Disinganno del Queirolo e, soprattutto, il famoso Cristo Velato o Cristo morto.


    Cristo Velato
Il Cristo velato è una delle opere più famose e più suggestive al mondo e ha sempre destato stupore e ammirazione. Unanime, infatti, è il giudizio positivo su quest’opera per il sorprendente realismo e per l’espressività. Tra i moltissimi suoi estimatori vale la pena ricordare Antonio Canova il quale dichiarò che sarebbe stato pronto a dare dieci anni della sua vita pur di essere l'autore di un siffatto capolavoro. In seguito, lo stesso Canova ammirato da tale maestrìa, cercò di acquistare l’opera a qualsiasi prezzo.
Il principe di Sansevero aveva commissionato il grande Cristo Morto con i simboli della Passione (martello, chiodi, tenaglia) al Corradini, ma essendo morto nel 1752, il suo bozzetto di terracotta, oggi al museo di S. Martino, fu splendidamente realizzato in marmo dal giovane scultore napoletano Giuseppe Sammartino che cominciò così la sua luminosa carriera proprio con quest'opera del 1753 tenendo poco conto del precedente bozzetto. Questa opera fa parte dei trentasei modelli lasciati al principe de Sangro, prima della morte, dallo stesso Sammartino. Vero è che in quest'ultimo, come nella Pudicizia, è nel velo l'originale messaggio stilistico, ma vero è ancor più che i palpiti e i sentimenti tardo-barocchi del Sanmartino imprimono al sudario un movimento e una significazione distantissimi dai canoni corradiniani. La moderna sensibilità del Sanmartino scolpisce, scarnifica il corpo senza vita, che le morbide coltri raccolgono misericordiosamente, sul quale i tormentati, convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda quasi che la pietosa copertura rendesse ancora più nude ed esposte le povere membra, ancora più inesorabili e precise le linee del corpo martoriato. La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le traffitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi o a canoni di scuola, anche quando lo scultore minuziosamente "ricama" i bordi del sudario o si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L'arte del Sanmartino si risolve in una evocazione drammatica che giunge ad essere, ad un tempo, avvio ed approdo di una inchiesta che trascende se stessa, nell'istante in cui il Cristo diventa simbolo del destino e del riscatto dell'umanità intera. Il Cristo Velato per tal motivi lo si può ritenere l'opera sintesi di tutta la cappella. Ha sempre colpito l'immaginazione dei visitatori con la forza di una suggestione che non subisce variazioni da secoli.
La leggenda vuole che il velo non è di marmo, bensì di stoffa finissima marmorizzata dal principe con procedimento alchemico così perfetto da costituire, insieme alla scultura sottostante del Sammartino, un’unica opera.
"Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino. Covri la grata della fornace co’ carboni accesi a fiamma di brace; con ausilio di mantici a basso vento. Cala il Modello da covrire in una vasca ammattonata; indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato con acqua e Calcina. Modella le forme e gitta lentamente l’acqua e la Calcina Misturate. Per l’esecuzione: soffia leve co’ mantici i vapori esalati dalla brace nella vasca sotto il liquido composito. Per quattro dì ripeti l’Opera rinnovando l’acqua e la Calcina. Con Macchina preparata alla bisogna Leva il Modello e deponilo sul piano di lavoro, acciocché il rifinitore Lavori d’acconcia Arte. Sarà il velo come di marmo divenuto al Naturale e il Sembiante del modello Trasparire".
E’ questa l’autentica ricetta segreta ideata ed usata personalmente dal principe per preparare il velo contenuta in un documento ritrovato all’Archivio Notarile di Napoli, nel quale il Sammartino s’impegnava anche a non svelarla. Lo stesso procedimento alchemico sicuramente è stato usato per le altre due sculture "velate": La Pudicizia e il Disinganno.
La bellezza e il fascino della Cappella Sansevero procurano delle emozioni che vale proprio la pena provare, non disgiunte dall’ammirazione per l’ illustre napoletano del secolo dei lumi che ne fu il vero artefice: il Principe Raimondo.


La Pudicizia è il nome improprio dato al monumento funebre di Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, madre di don Raimondo, morta in giovane età (La lapide spezzata); il Corradini, per esprimere il concetto voluto dal principe della "pudicizia
velata", scolpì una bellissima donna nuda coperta da un velo trasparente che la rende del tutto "impudica" per la generosità delle forme opulente che giocano con le pieghe del leggerissimo tessuto dando l'impressione "tattile" di un vero velo poggiato. Questo artificio scultoreo, già usato dai greci della classicità per le veneri e per le vittorie alate, piaceva molto a don Raimondo per l'insito significato del "velare" e "svelare", caro agli iniziati delle scienze occulte ed ermetiche. Sarà usato infatti anche nel
prodigioso Cristo Morto del Sammartino. L'opera fu terminata nel 1751 e sulla base presenta un "Noli me tangere", in bassorilievo, che ripropone sempre la tematica del Pudore.

Il terzo monumento funebre che analizzeremo, il Disinganno, è quello di Antonio de Sangro, padre del principe, morto nel 1757, che, sconvolto dal grande dolore per la prematura morte della moglie, si abbandonò ad una vita errabonda ed inquieta della quale scoperto "l'inganno" si ritirò a vita monastica abbandonando le cose del mondo ed il figlioletto Raimondo al padre don Paolo. Francesco Queirolo, sempre su suggerimento di don Raimondo, rappresentò un uomo (don Antonio) che si libera di una rete che lo avviluppa, lavorando, si dice, in un solo blocco marmoreo, con una perizia da orafo nell'estrema difficoltà di realizzare la rete marmorea avviluppata alla figura interna. Un genietto alato che porta sul capo una coroncina "fiammeggiante" e che poggia su di un globo ed un libro, simboleggia l'ingegno "disingannato" che aiuta l'uomo a districarsi dalla schiavitù della rete viziosa. Il bassorilievo della base Cristo che ridona la vista al cieco riconferma il concetto della ritrovata verità.
Nella cripta si trovano, poi, due armadi che contengono due fra le più incredibili creature che esistano al mondo. Si tratta delle Macchine Anatomiche, trattati in precedenza che dimostra la mostruosa abilità scientifica di questo grande uomo.

   Macchine Anatomiche
"Gran Dio ! Gli uomini non cesseranno mai di ostinarsi a produrre misteri ? Fino a quando regnerà la smania di cercarne fra le cose, che sono sotto i loro occhi, e che toccano con le loro mani?"
Raimondo de Sangro

Nessuno può non provare una sensazione di spaventata meraviglia nell' osservare le due macchine anatomiche esposte nella cripta della Cappella San Severo . I due corpi (maschile e femminile) scarnificati dell' involucro esterno mostrano l' intera struttura scheletrica completamente avviluppata del sistema venoso e arterioso . Le domande su come sia stato possibile creare queste due macchine anatomiche, sono sempre state numerose e anche in questo hanno generato leggende, spesso raccapriccianti . E' ormai sicuro che siano il frutto di un esperimento del Principe, probabilmente coadiuvato dall' aiuto di un celebre anatomista dell' epoca, Giuseppe Salerno, che aveva già raggiunto importanti risultati nella sua scuola palermitana . Il dilemma consiste nel fatto se i due corpi, dai quali sono stati ricavati i due esemplari anatomici, fossero o non fossero ancora vivi . I dubbi sono più che giustificati, in quanto tutti gli studiosi che hanno analizzato questi reperti anatomici a grandezza d' uomo, hanno sempre stabilito che per permettere alla sostanza fissativa che ha metallizzato, secondo il termine scientifico, i due apparati circolatori, la circolazione sanguigna doveva essere funzionante, quindi il cuore ancora pulsante . Solo in questo modo sarebbe stato possibile fissare l' intero sistema delle vene, delle arterie e dei più piccoli capillari . Seconda ipotesi, consiste nel pensare che ciò che si vede avvolgere i due scheletri, siano in realtà delle ricostruzioni artificiali in cera d' api o altre sostanze, ma le "opere" sono troppo complete e ci si chiede sempre come all' epoca si sia potuti arrivare a un simile risultato . Sicuramente è da prendere in considerazione la prima tesi, quella dell' esperimento . La sostanza utilizzata si dice che fosse sicuramente di tipo mercuriale o comunque sconosciuta, quindi iniettata nell' aorta ed entrando nella circolazione attiva ha poi fissato tutto il sistema prima che il cuore si arrestasse definitivamente . Ciò implicherebbe che i corpi sarebbero stati vivi al momento dell' esperimento, ma a questo punto, data la completezza dell' esperimento, è possibile che il cuore avrebbe pulsato fino all' ultimo ? Possibile che tutto sarebbe andato bene, che non si sarebbero verificati incidenti come un infarto, una trombosi o un ictus , uno shock anafilattico che avrebbero arrestato il cuore prima che il processo si fosse ultimato e quindi portato al risultato di un esperimento incompleto ? Quest' ultima mia ipotesi personale, mi ha fatto quindi pensare che in realtà i due corpi fossero già morti, ma che un sistema ignoto (non dimentichiamo la favola dell' elisir) sia stato utilizzato per riattivare la circolazione dei cadaveri, capace di tenerle in funzione fino all' ultimo o come si voleva . Quale fosse stata questa pratica, rimane un mistero . Alchemica e di invenzione del Principe o occulta ? E ancora più misteriosa è la tecnica di scarnificazione dei corpi . Non si vuole con questo ancora una volta gettare la figura del Principe nell' oscurantismo più completo, ma interrogarsi con la sapienza, ma anche la stoltezza della razionalità su questo mistero moderno . Un particolare interessante riguarda l' uomo anatomico, privo dell' esofago e la donna (fig.1-2-3), incinta, tra i cui piedi è possibile vedere la figurina mummificata del feto(fig. 3), particolare macabro o significativo simbolismo ? Tuttavia con la presente pagina si vuole soprattutto liberare il Principe di San Severo dalla calunniosa leggenda che i corpi utilizzati nel suddetto esperimento fossero stati due schiavi, di colore e ancora vivi ; quindi di essere un uomo di inclinazione cinica e malvagia . In conclusione invito tutti a leggere l' interessante dissertazione di Raimondo de Sangro sul mitico ritrovamento nella Monaco del 1754 di un Lume Perpetuo sigillato nel muro di un antichissima chiesa, trovato ancora acceso e come egli stesso ne abbia dimostrato la possibilità scientifica e come l' abbia liberata da sciocche, ignoranti e anche orride superstizioni . Quindi richiamo l' attenzione del lettore sulla frase di apertura di questa pagina, dalla quale traspare chiaramente quale fosse la personalità di Raimondo de Sangro, uomo giusto, geniale e per me secondo solo a Leonardo da Vinci .

Orario: Feriali 10.00-17.40 (periodo invernale), 10.00-19.00 (periodo estivo, natalizio e pasquale), festivi 10-13.30, Chiuso Martedì. L'ingresso ai visitatori non sarà consentito venti minuti prima della chiusura. Ingresso € 6,00 (studenti in gruppi € 2,00; universitari € 2,50; convenzionati € 5,00).

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