MUSEO NAZIONALE di CAPODIMONTE
Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte
Parco di Capodimonte - Via Miano 2. Tel. 081-7499111.


Comprende la Galleria Nazionale, il cui nucleo essenziale è costituito dalla collezione Farnese eredità dei Borboni, la Galleria Napoletana, con Opere dal '200 al '700, l'appartamento storico, la collezioni di porcellane, l'Armeria e raccolte varie.

Cenni Storici
Il re di Napoli, Carlo di Borbone, che tanti insigni monumenti volle per la sua capitale italiana ebbe l'idea della costruzione di un "casino" di caccia sulla ridente collina di Capodimonte, scelta come riserva di caccia reale.
Attratto dai circa sette chilometri di bosco secolare, incaricò il Carasale, che già sovraintendeva i lavori per il Teatro San Carlo, del progetto, dando la direzione dei lavori a Giovanni Antonio Medrano ed Antonio Canevari. La prima pietra fu posta nel 1738, ma la costruzione si protrasse per circa un ventennio per l'enorme difficoltà che rappresentava il trasporto del piperno scavato nelle cave di Pianura. Finalmente nel 1758 le amate collezioni Farnese, ereditate da Carlo per via materna, furono sistemate nell'ampio edificio dai vasti cortili.
Ferdinando IV, successore di Carlo, affida all'architetto Ferdinando Fuga l'ampliamento della Reggia e la cura del parco.
Con il trasferimento di tutte le collezioni d'arte nel Palazzo degli Studi, attuale Museo Archeologico Nazionale, avvenuto durante il decennio francese (1806-15), la Reggia diventa residenza di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La funzione residenziale viene confermata da Ferdinando, tornato dall'esilio siciliano nel 1815, che intraprende nuovi lavori nel palazzo e nel parco. Una schiera di pittori, scultori e artigiani sono chiamati a decorare le sale della Reggia, in particolare il Salone delle Feste e a metà secolo il palazzo è finalmente completato.
Con l'Unità d'Italia, Capodimonte passa ai Savoia, che promuovono grazie all'azione di Annibale Sacco, l'arricchimento delle raccolte d'arte con il trasferimento di arredi e oggetti dai soppressi siti reali borbonici, tra cui il celebre boudoir di Maria Amalia di Sassonia, proveniente da Portici, o il monumentale pavimento marmoreo d'età romana dalla Favorita di Resina.
Contemporaneamente si avvia anche la creazione di una galleria d'arte moderna acquistando dipinti di pittori contemporanei in prevalenza napoletani. Con la morte di Sacco il tentativo di fondere le due anime di Capodimonte, come residenza e come museo, di fatto fallisce. Il palazzo viene destinato esclusivamente per abitazione dei duchi di Aosta.
Nel 1920 passa dalla dotazione della Corona al demanio, ma solo nel 1950, con l'approvazione del Ministro della Pubblica Istruzione, si decide di ripristinarvi la sua piena ed esclusiva funzione di Museo, attuando il progetto di Bruno Molaioli che prevede il ritorno delle collezioni d'arte medioevale e moderna dal Museo Nazionale.

Il Museo
La collezione Farnese
Si deve all'azione politica e alle scelte culturali di Alessandro Farnese (1468-1549) l'origine della collezione, iniziata ancor prima di diventare papa col nome di Paolo III. Nel 1545 fa infeudare al figlio Pier Luigi il Ducato di Parma e Piacenza.
Comprensiva delle maggiori opere di pittura italiane ed europee, nonché di pregevoli oggetti di arti applicate, è l'asse fondamentale delle raccolte del Museo. Ereditata da Carlo di  <<...>> Borbone venne collocata nel corso del Settecento nella Reggia di Capodimonte e trasferita all'inizio dell'Ottocento nel Real Museo, oggi Museo Archeologico Nazionale, solo nel
1957 venne riportata a Capodimonte. Quest'insieme di opere si era intanto arricchita nel corso di circa due secoli di importanti acquisizioni avvenute all'epoca deiBorbone (1734-1860) e in età postunitaria, andando ad integrare il primitivo nucleo
farnesiano. Le raccolte vanno così incentrandosi su due nuclei distinti: la collezione romana, comprensiva per lo più di opere di artisti legati ai Farnese da rapporti di committenza (Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, El Greco, i Carracci, Botticelli) e conservata nel palazzo di Famiglia nei pressi di Campo dei Fiori, insieme alla grande statuaria antica, attualmente nel Museo Archeologico Nazionale; e la collezione parmense esposta a fine Seicento nel palazzo della Pilotta a Parma, con una rilevante presenza di opere di scuola emiliana, nonché un cospicuo numero di dipinti fiamminghi.

La collezione romana
Alla morte di Paolo III nel 1549 la politica di incremento delle raccolte viene continuato dai nipoti Alessandro (1520-1589) e Ranuccio (1530-1565), entrambi cardinali. In particolare, il primo conferisce ulteriore impulso alle collezioni, circondandosi di una schiera di artisti (da Michelangelo a Tiziano, da El Greco a Bertoja, da Salviati a Guglielmo Della Porta), le cui opere costituiscono oggi il nerbo della raccolta. Il cardinale Odoardo (1573-1626) effettua nuove acquisizioni, richiede opere d'arte dai possedimenti parmensi, diventa nel 1600 beneficiario della raccolta di Fulvio Orsini, bibliotecario e consigliere artistico dello zio Alessandro. Dopo la sua morte, nel 1626, il Palazzo rimane disabitato e lentamente si spoglia; vi restano la grande statuaria, le raccolte di
antichità - che il cardinale Alessandro aveva indissolubilmente legato all'edificio - nonché un numero residuo di dipinti che si ritennero di minore interesse per la collezione parmense che si andava costituendo nel ducato emiliano nella seconda metà del Seicento.


La collezione parmense

Con il duca Ranuccio I il ramo parmense della collezione acquista maggiore spessore. L'inventario dei suoi beni, redatto nel 1587, elenca una quarantina di quadri, per lo più di scuola parmense fra i quali il "Galeazzo Sanvitale" del Parmigianino e la "Zingarella" del Correggio. Un decisivo incremento avviene con le requisizioni dei beni dei feudatari ribelli (1611), quando pervengono nelle raccolte di famiglia dipinti di Giulio Romano, del Correggio, e di Bruegel.Mentre continua la spoliazione della collezione romana, nel palazzo del Giardino di Parma, di recente restaurato, confluisce un considerevole patrimonio d'arte di estrema rilevanza.
Nell'ultimo decennio del secolo, Ranuccio II (1646-1694) matura l'idea di trasferire i pezzi migliori di questa raccolta in una "Galleria" ideata nel cinquecentesco Palazzo della Pilotta a Parma, dove trovano sistemazione 329 dipinti. I successori di Ranuccio II, Francesco (1694-1727) e Antonio (1727-1731), incrementano le raccolte con una serie di acquisti effettuati sul territorio del Ducato. Gran parte di questo materiale, costituito da oltre 170 dipinti, confluisce nell'Appartamento dei Quadri, altro nucleo
espositivo, distribuito in sei stanze. Tra i dipinti, molte tele di chiara provenieneza ecclesiastica. L'ultimo duca di Parma, Antonio, muore nel 1731.
Gli succede Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna ed Elisabetta Farnese. Dalla madre eredita, oltre al titolo, l'immenso patrimonio artistico di famiglia. Entrato a Napoli nel 1734, dispone il trasferimento di tutte le raccolte di famiglia conservate nei palazzi del Ducato di Parma e Piacenza, nella capitale del suo nuovo Regno.

La collezione Borbone

Con il patrimonio d'arte ereditato dai Farnese non si esaurisce l'attività collezionistica di Carlo di Borbone, del figlio Ferdinando IV, e dei loro discendenti. Un collezionismo che si alimenta secondo diverse formule: o con un rapporto di committenza diretta a pittori, almeno all'origine di prevalenza non napoletani, cui si richiede il compito di arredare (con vedute, paesaggi, raffigurazioni di costumi e di vita popolare, nonché ritratti e immagini celebrative della monarchia regnante) i più importanti siti reali, fra i quali la Reggia di Capodimonte; o alimentando, soprattutto dopo il trasferimento di tutte le raccolte d'arte e di antichità nel Real Museo Borbonico, l'acquisizione di opere del passato, ad integrare quanto già si possedeva per diritto ereditario dalla famiglia Farnese. A
Capodimonte, si incrementano le collezioni affidando a pittori, di preferenza non napoletani, le immagini celebrative della dinastia. Negli anni di Carlo (1734-1759) e in quelli di Ferdinando lavorano per la Corte artisti come Giovanni Paolo Pannini, Francesco Liani, Raphael Mengs, Philipp Hackert, Angelika Kauffmann ed Elisabeth Vigée Lebrun.
Oltre a recuperare a Roma il bottino d'arte depredato dai francesi nella Reggia di Capodimonte, durante le convulse vicende del 1799, i Borbone hanno modo di acquistare un discreto numero di importanti dipinti, tra i quali l'"Atalanta e Ippomene" di Guido Reni e il "Paesaggio con la ninfa Egeria" di Lorrain. Spedite a Napoli, queste opere trovano sistemazione, tra il 1801 ed il 1805, nella Galleria del Palazzo del Principe di Francavilla a Chiaia.

Durante il decennio francese, riunite tutte le collezioni d'arte e di antichità nel Palazzo degli Studi, gli incrementi maggiori si hanno in seguito agli espropri del patrimonio di chiese e conventi soppressi, con prevalenza di opere di artisti di scuola meridionale.
Nel 1814 si avvia la trattativa, definita poi nel 1817, per l'acquisto delle articolate collezioni del Cardinale Stefano Borgia (il cosiddetto Museo di Velletri). Con questa acquisizione entrano nelle collezioni borboniche oggetti d'arte orientale e occidentale, manufatti archeologici e opere medioevali e moderne, come la celebre "Sant'Eufemia" del Mantegna.
Dalla seconda Restaurazione borbonica fino all'Unità continua, l'incremento delle raccolte, con una serie di acquisizioni di singole opere, per lo più di artisti napoletani o fiamminghi, e di intere raccolte. Degno di nota l'acquisto nel 1842 della collezione di Domenico Barbaja, impresario del Teatro di San Carlo, dalla quale arriva, tra gli altri, la "Sacra Conversazione" di Palma il Vecchio.

Alla data del 1799 la Galleria di Capodimonte conta ben 1783 dipinti. Al nucleo originario di provenienza Farnese si erano aggiunti, oltre a dipinti di corte, anche un consistente numero di opere di artisti napoletani, pervenute a Capodimonte, probabilmente tramite donazioni o acquisti.
Dopo il decennio francese, destinata la reggia ad esclusivo uso di residenza della corte, e trasferite tutte le raccolte d'arte nel Real Museo, poi Real Museo Borbonico, si procede a Capodimonte come in altre residenze borboniche, all'incameramento di opere d'arte contemporanee, con preminente funzione di arredo, provenienti sia da doni offerti al sovrano, sia da prove eseguite da giovani artisti "pensionati" a Roma, sia ancora da acquisti operati dalla stessa Corte borbonica durante le periodiche esposizioni del Real Istituto di Belle Arti. Queste acquisizioni andranno a confluire nella Galleria d'Arte Moderna che Annibale Sacco, Direttore della Real Casa Savoia, istituirà nel Palazzo di Capodimonte tra il 1864 ed il 1884.
Con l'Unità d'Italia le collezioni d'arte medioevale e moderna dell'antico Regno delle due Sicilie, sono di fatto divise in due tronconi e separatamente amministrate.
Da una parte la Reggia di Capodimonte, destinata a residenza di Casa Savoia, dove si andava costituendo ad opera della amministratore della Real Casa, Annibale Sacco, un vero e proprio Museo costituito da tutta la suppellettile (armi, biscuits, porcellane, arazzi) proveniente dalle dismesse regge borboniche, e da una Galleria d'Arte Moderna, formata da opere di artisti
viventi, di prevalenza napoletani. 
Dall'altra parte il Museo Nazionale, ex Real Museo Borbonico, alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione, dove vengono incrementate le raccolte promuovendo acquisti e donazioni. Il trasferimento di tutte le collezioni d'arte medioevale e moderna nel Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte ripristina di fatto l'unità delle raccolte. Dopo l'Unità le collezioni farnesiane e Borboniche acquisite allo stato italiano vengono ulteriormente incrementate, favorendo donazioni, come quello del
legato d'Avalos, e procedendo ad una oculata politica di acquisti, seppur ridotti all'essenziale per privilegiare la qualità piuttosto che la quantità.
E' con quest'ottica che vengono acquistati per la Pinacoteca di Napoli, nel 1901, la celebre "Crocefissione" di Masaccio e, nel 1903, lo splendido "Ritratto di Luca Pacioli", attribuito a Jacopo de' Barbari.
Mentre si registra nel 1927 l'immissione del "San Ludovico di Tolosa", capolavoro di Simone Martini proveniente dalla chiesa di San Lorenzo, si avvia anche un sistematico processo di spoliazione delle raccolte, prelevando opere destinate ad arredare sedi istituzionali e di rappresentanza della nuova capitale del Regno d'Italia e delle delegazioni italiane all'estero o per decorare chiese, uffici e caserme napoletane. Nel 1926 vengono trasferite a Parma 138 dipinti farnesiani, come risarcimento delle presunte "usurpazioni" operate da Carlo di Borbone due secoli prima.
Più decisi e sostanziali incrementi avvennero dopo il secondo conflitto mondiale quando si attuò il progetto di Bruno Molajoli di creare il Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte. Nel 1862 Alfonso d'Avalos, ultimo esponente del ramo di Vasto, Pescara, Francavilla, Troia e Montesarchio, lascia la sua raccolta alla Pinacoteca Nazionale di Napoli. Legato contestato dagli eredi, per molti anni oggetto di una vertenza giudiziaria, conclusasi nel 1882 con il trasferimento a titolo provvisorio della collezione nel Museo Nazionale di Napoli, all'epoca sede della Pinacoteca.

Pezzo pregiato della raccolta è la serie di sette arazzi di manifattura fiamminga del Cinquecento, eseguiti su cartoni di Bernard van Orley, conservati al Louvre. Raffigurano episodi della "Battaglia di Pavia" del 1525, con le truppe imperiali di Carlo V, comandate da Ferrante d'Avalos, vittoriose sull'esercito francese di Francesco I.
Il resto della donazione d'Avalos comprende dipinti, ricami, miniature, stampe, armi; un insieme non omogeneo né per qualità né per orientamento di gusto, che spazia dai modesti paesaggi fiamminghi e dalle tele di devozione privata, alle opere di grandi seicentisti napoletani (Ribera, Pacecco, Vaccaro, Giordano), fino alle nature morte di Recco, Ruoppolo e Abraham Brueghel oltre alla consueta collezione dei ritratti di famiglia. Con la fine del secondo conflitto mondiale si avvia un programma di complessiva
ridefinizione del patrimonio museale napoletano, imperniato principalmente sull'ambizioso progetto di Bruno Molajoli di trasferire la Pinacoteca con tutte le collezioni d'arte medioevale e moderna dalla sede del Museo Nazionale al palazzo di Capodimonte in uso fino al 1926 alla Real Casa di Savoia. Inaugurato il nuovo Museo nel 1957, già in quell'anno vengono immessi nelle collezioni quadri di Bernardo Cavallino donati da Giuseppe Cenzato e un centinaio di dipinti dell'Ottocento provenienti dalle raccolte di Alfonso Marino. L'anno dopo Mario De Ciccio dona oltre 1300 opere, per lo più oggetti d'arte applicata, in gran parte porcellane e maioliche, raccolti in oltre cinquant'anni di attività antiquariale e di appassionato, competente collezionismo. Nel 1960 viene
trasferita a Capodimonte, a titolo di deposito, la ricca raccolta del Banco di Napoli, articolata nei due nuclei principali di dipinti dal Cinquecento al Settecento, con la presenza di alcuni dei maggiori artisti meridionali (Andrea da Salerno, Cavallino, Guarino, De Mura, Solimena), e di opere dell'Ottocento napoletano.
Fra le numerose acquisizioni avvenute in seguito da segnalare quella proveniente dalla donazione, del 1971, di Angelo e Mario Astarita composta da più di quattrocento oli, acquerelli e disegni di Giacinto Gigante e della Scuola di Posillipo. A titolo di deposito cautelativo sono pure presenti nelle raccolte di Capodimonte la "Flagellazione" di Caravaggio e l'"Annunciazione" di Tiziano entrambe provenienti dalla chiesa di San Domenico Maggiore.


Orario: martedì - domenica 8.30-19.30. Lunedì chiuso. Ingresso € 7,50 (6,50 dalle ore 14).

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