Via Benedetto Croce
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Il possente basamento di
epoca gotica della torre campanaria ci informa con un'iscrizione gotica che la chiesa fu
eretta nel 1310 da Roberto e dalla regina Sancia, che fu ultimata nel 1328, e che nel 1330
il papa Giovanni XXII concesse indulgenze a chi la visitasse, che la consacrazione della
chiesa avvenne nel 1340 presenti gli arcivescovi di Brindisi, di Bari, di Trani, di
Amalfi, di Conca, di Castellammare, di Vico, di Bojano, di Muro e di Melfi con l'elenco di
tutti i principi presenti della casa reale degli angioini. |
Il complesso di S.Chiara fu, sin
dall'inizio, destinato ad accogliere: clarisse e frati minori. Circondata dal recinto di
mura aperto dal curioso portale in piperno ad "unghia", la chiesa, costruita da
Gagliardo Primario, presenta una grande facciata in tufo giallo, movimentata dal massiccio
pronao in piperno a tre archi ogivali e dal rosone di forma gotica-francese.
Isolata dal resto del monumento, si erge la torre campanaria, iniziata nel 1328 e mai
compiuta. Della struttura originaria, molto compromessa dopo il terremoto del 1456, resta
il grandioso basamento a blocchi, caratterizzato dalle iscrizioni in esametri amosaico,
che corrono lungo le facce e che commemorano le fasi di costruzione della chiesa è la
parte meno danneggiata dal bombardamento e dall'incendio del 1943, che distrusse quasi
completamente l'interno.
L'interno, così come lo vediamo oggi, dopo il restauro conclusosi nel 1953, è stato
ripristinato riprendendo le primitive forme gotiche. E' una vasta aula rettangolare
coperta a capriate, con dieci cappelle per lato, aperte sulla navata da gandi archi
ribassati. La chiesa assunse presto la veste di sacrario della casata d'Angiò e si
riempì dei loro monumenti funebri. Il più notevole è quello, al centro della parete di
fondo, di re Roberto (1343-45) dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini, come l'altare
maggiore, nel pulpito e nel fregio con Storie di S.Caterina.
Nella cappella sepolcrale dei Borbone, la X a destra, è il sontuoso monumento
funebre voluto da Carlo III per il principe Filippo, suo primogenito, opera di Giuseppe
Sanmartino (1777). E' una testimonianza importante e unica in chiesa, della qualità
straordinaria con cui essa era stata decorata nel corso del Settecento. Tra le altre
sculture, nei pressi dell'ingresso, spicca il sepolcro di Antonio ed Onofrio Penna (1414)
di Antonio Baboccio, sormontato da resti di dipinti tre e quattrocenteschi, che sono tra i
pochissimi frammenti che rivestono la chiesa, un tempo interamente affrescta da Giotto e
dalla sua bottega napoletana. L'unico spazio che tuttora conserva qualche traccia di
quest'intervento è il coro delle clarisse, collocato al di là dei monumenti di re
Roberto e separato con una grata dalla chiesa. Il pittore toscano vi dipinse un Compianto
su Cristo deposto sullo sfondo del Calvario. Sempre attribuibili a Giotto e
alla sua "equipe" sono i rimanenti dipinti murali del coro che fingono stalli in
prospettiva, a prosecuzione della serie di quelli in legno, realmente esistenti fino al
1943 e oggi noti da un'antica fotografia. L'oratorio interno conserva anche molti resti
della primitiva decorazione scultorea della chiesa, per lo più attribuibile alle botteghe
di Tino e dei Bertini (Crocifissione, Virtù).
La chiesa visse tre "epoche stilistiche": la prima, "gotica",
con il bellissimo monumento funebre di Roberto d'Angiò, opera dei fratelli Bertini dietro
l'altare maggiore; le tombe reali di Tino di Camaino e della sua scuola e la grande "sala"
affrescata da allievi di Giotto e Cavallini.
La seconda epoca, "barocca", per il rifacimento e il preteso "abbellimento"
nel 1742 ad opera del Sanfelice, del Vaccaro e dagli aiuti Gaetano Buonocore, Giovanni del
Gaudio, Giuseppe Scarola ed ancora Giuseppe Bonito, Francesco de Mura e Sebastiano Conca
stravolsero tutto lo stile trecentesco chiudendo trifore e rivestendo tutto con marmi
policromi e stucchi in un trionfo di teatrali linee avvolgenti che nulla aveva a spartire
con la severa architettura trecentesca d'origine.
La terza epoca, imposta dal bombardamento del 1943, che distrusse quasi completamente la
chiesa fino a pochi metri da terra annullando non solo le sovrastrutture barocche, ma
tutte le testimonianze originali sottostanti: le tele, le statue, le tombe, in un danno
incalcolabile.
La ricostruzione ha riportato le linee costruttive all'originale idea francescana e le
poche testimonianze che si sono salvate dall'immane rogo restano sempre di notevole
interesse artistico.
Nella seconda cappella a destra il sarcofago rinascimentale di Antonio Penna, nella terza
cappella due sarcofagi dei Del Balzo, nella sesta cappella due bassorilievi trecenteschi
con il "Martirio della moglie di Massenzio", nella settima cappella
quanto è rimasto del sepolcro di Ludovico di Durazzo, opera trecentesca di Pacio Bertini.
Fa storia a sé la nona cappella che ha conservato la struttura barocca ed è attualmente
il sepolcreto ufficiale dei Borboni.
Settecentesco è il bel sepolcro di Filippo primogenito di Carlo di Borbone con
lapide latina del Tanucci; di fronte la tomba della venerabile Maria Cristina di Savoia
regina di Napoli. Nel presbiterio sempre a destra il monumento funebre di Maria di
Valois seconda moglie del duca di Calabria, opera di Tino di Camaino e della sua scuola
del 1338.
Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, che ha perduto la parte
cuspidata nel bombardamento del'43. La severa figura seduta del re sovrasta la scritta
"cernite Robertum regem virtute refertum" dettata dal Petrarca che molto
ammirò il saggio e colto angioino. Nel monumento si riconoscono ancora nelle statue i
ritratti di Maria di Durazzo, Ludovico d'Angiò, Maria di Carlo di Calabria, Giovanna I,
Sancia di Maiorca, Violante d'Aragona, Carlo di Calabria, Maria di Valois, Ludovico e
Martino (figlio di Carlo).
Nella nona cappella di sinistra vi è il sepolcro cinquecentesco di Marco e Paride
Longobardi e l'interessante formella sull'altare. Nell'ottava cappella un sarcofago
greco-campano del IV sec. a.C. decorato a bassorilievo ed usato nel 1632 come lastra
tombale di G.B. Sanfelice.
Nella sesta cappella trecenteschi sepolcri dei Del Balzo ed un S. Francesco di
Giovan Domenico d'Auria.
Poi vi è la cappella con il sepolcro di Raimondo Cabanis, gran siniscalco di Roberto
d'Angiò e del figlio Perrotto; i sepolcri di Drugo e Nicola Mermoto sono attribuiti alla
bottega di Tino di Camaino.
Il Chiostro
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Si affaccia su piazza
del Gesù l'altro importante edificio, fino al 1924 convento dei Francescani, che oggi
ospita l'ordine di clausura delle Clarisse ed è perciò difficilmente visitabile. Molto
rimaneggiato in seguito alla distruzione del 1943, ha conservato il chiostro trecentesco,
dai caratteristici archi composti da un'ogiva e da un arco ribassato, di probabile origine
senese. |
L'ex refettorio è decorato con un
affresco raffigurante La Mensa del Signore con San Francesco e Santa Chiara,
dipinto dopo il 1332 da uno scolaro napoletano di Giotto. Nella parete di fondo del coro,
già sala capitolare, è l'affresco del Redentore fra Santi Francescano con Roberto,
Sancia, Carlo di Calabria e Giovanna, realizzato da Lello da Orvieto verso il 1340. Il
convento è anche ricchissimo di tessuti, reliquiari d'argento e di altri preziosi
materiali dal '400 al '700 che, saranno esposti nel Museo dell'Opera di Santa Chiara.
Ora in questi ambienti è visitabile una mostra che documenta con materiale fotografico,
con piante e con sezioni lo svolgimento futuro del Museo. Sono già visibili, invece, un
suggestivo frammento del restaurato e ricostruito bassorilievo raffigurante Episodi
della vita e del martirio di Santa Caterina d'Alessandria e il grande fusto della
colonna scanalata ritrovata nello scavo archeologico attiguo ritrovata nello scavo
archeologico attiguo alle scale del Museo.
L'importante ristrutturazione rococò del complesso comprese anche il trecentesco
"Chiostro Grande o delle Clarisse". Tale trasformazione fu realizzata su
progetto di Domenico Antonio Vaccaro e fu eseguita dai maiolicari Giuseppe e Donato Massa
(1740-42). Il Vaccaro lasciò intatta l'archeggiatura trecentesca, mentre riorganizzò la
divisione dei viali interni e delle aree a giardino. Essi sono scanditi da un susseguirsi
di pilastri ottagonali tra i quali sono posti sedili; tutto è completamente ricoperto da
una decorazione a maioliche. I pilastri sono fasciati da un motivo decorativo a tralci di
viti e clicini, che si avvolge a spirale fino al capitello, realizzato in piperno. I
soggetti scelti esaltano l'atomosfera festosa del giardino, concepito come un'insieme
privo di qualsiasi riferimento concettuale o simbolico al complesso religioso.
Il grandioso "chiostro maiolicato"
(82 m. x 79 m.) conta ben 72 pilastri ottagonali, sul lato del quale si aprono il grande
refettorio (52 m.) ed una bella sala Maria Cristina, recentemente restaurata.
Il chiostro di origine gotica, fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che si
avvalse dell'opera di Donato e Giuseppe Massa della celebre famiglia dei "riggiolari"
napoletani per rivestire le strutture del chiostro con stupende mattonelle policrome su
disegni dello stesso Vaccaro.
Il Campanile
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La sua
costruzione, iniziata nel 1328, fu interrotta per la morte di Roberto nel 1343. Della
primitiva torre resta il possente basamento che bel resistette al terremoto del 1456; la
possente costruzione fu completata nel Cinquecento e arricchita da 5 campane cadute per il
bombardamento del 1943 e rimesse al loro posto nel 1949. |
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