AMALFI E LE SUE ORIGINI
   Quando comincia la Storia? La risposta a tale domanda è un po’ difficile a trovarsi; ad ogni modo è opinione comune tra gli storici moderni che la Storia cominci con la scrittura, mediante la quale le antiche civiltà poterono inviare nel futuro ai loro posteri le memorie da esse lasciate nell’ambito del loro territorio o anche piu lontano. E’ chiaro, quindi, che non vi è una data precisa generale per l’inizio della Storia, ma date differenti a secondo delle varie popolazioni e civiltà. Il periodo di tempo che precede la Storia può, invece, essere distinto in preistoria, che non è affatto l’anticipazione della Storia, ben se un’epoca non ben precisata in cui l’uomo non costituiva ancora nuclei sociali organizzati, ed in protostoria, che è effettivamente la fase immediatamente precedente alla Storia.

Anche la Costa d’Amalfi, come d’altronde tutti i territori del mondo, possiede una propria preistoria, nonchè una propria protostoria.

La preistoria amalfitana comincia a manifestare i suoi evidenti segni all’epoca del Paleolitico (età della pietra), quando viveva un nucleo umano nella Grotta di S. Andrea di Amalfi, che a quel tempo, a causa del clima freddo, si trovava sulla terraferma e non sul mare, come avviene ora. Una prova del mare lontano, forse circa 2 km, è fornita dalla Grotta dello Smeraldo, la quale mostra stalattiti-stalagmiti formatisi 32000 anni fa in un ambiente dove l’acqua non poteva assolutamente esserci. Altro minuscolo insediamento preistorico era collocato, probabilmente 13000 anni fa, nella grotta “la Porta” di Positano, recentemente studiata dal geologo Aldo Cinque. Tra la scarsa vegetazione di quell’epoca quasi glaciale vivevano in Costiera cervi e stambecchi, costantemente cacciati dai primitivi della zona, che lavoravano la selce, ma pure la terracotta. Ritrovamenti ulteriori furono effettuati nella Grotta di S. Nicola di Vettica Minore (Amalfi) e lungo il corso del fiume Canneto (Scala).

Circa 6000 anni fa il clima divenne decisamente piu caldo, per cui il livello del mare si elevò, sommergendo ampi tratti di litorale ed in parte anche la Grotta dello Smeraldo.

La preistoria amalfitana termina circa 3000 anni fa, alla fine dell’età del bronzo, al tempo in cui sono accertati la presenza di un nucleo abitato, intorno al quale poi sorse la villa romana di Polvica (Tramonti), e la conoscenza greco-micenea degli scogli delle Sirene, ricordati da Omero nell’Odissea, il quale conosceva bene il fenomeno della corrente sottomarina che, anche quando il mare era calmo, spingeva le deboli imbarcazioni dell’epoca contro le rocce a picco della costa (“e l’onde assonnò un demone”).

Dopo questi episodi la Costa d’Amalfi sembrò rimanere disabitata per vari secoli.

Il geografo greco Strabone nel I sec. a.C. descrisse la Costa d’Amalfi, affermando che essa era divina, ma completamente disabitata e che tra Sorrento e Paestum vi era una sola città: l’etrusca Marcena, corrispondente con Vietri sul Mare.

Con la comparsa dei primi stabili insediamenti umani ha inizio la protostoria amalfitana. Pertanto sin dal I sec. d.C. prende le mosse tale epoca, inaugurata dall’ambizioso programma dell’aristocrazia senatoria ed equestre romana di popolare i due golfi campani (il Sinus Neapolitanus e il Sinus Paestanus) , sulla scorta dell’esempio dell’imperatore Tiberio, che governò gli ultimi dieci anni del suo impero proprio dal suo palazzo caprese. Il popolamento della Costa d’Amalfi da parte dei Romani avvenne tramite la realizzazione di una costellazione di ville patrizie marittime ed interne, nelle aree un tempo di giurisdizione delle città etrusche di Marcena e di Nuceria. Queste ville rappresentavano una sorta di turismo ante litteram; in esse, infatti, organizzate con peristilii, ninfei, terme, piscine, viridaria, venivano a soggiornare per alcuni periodi dell’anno i loro proprietari, ricchi e potenti magnati dei municipia romani. Liberti e schiavi abitavano, comunque, tali ville stabilmente, coltivando la vicina terra e pescando nel limitrofo mare, come sembrano attestare i ritrovamenti archeologici di ami e di crocelle di bronzo. Vestigia di queste imponenti costruzioni romane del I secolo dell’impero sono state riportate alla luce a Minori, a Positano, sull’isolotto del Gallo Lungo, a Tramonti; altre costruzioni simili dovevano di certo esistere a Ravello, ad Amalfi, a Scala, a Maiori. L’origine stessa di tali toponimi potrebbe, con molta probabilità, derivare dai cognomi o dai nomi dei proprietari romani delle ville. Già Matteo Della Corte negli anni ’30 avanzò l’ipotesi della derivazione del nome di Positano da quello del liberto Posides, che all’epoca di Claudio avrebbe ivi edificato una villa. Il nome del potente romano Ravelius sarebbe, invece, da collegare al toponimo Ravello e, di conseguenza, alla presunta presenza di una villa nella zona; cose la gens Amarfia, attestata nel territorio di Benevento dallo studioso Salvatore Ferraro, potrebbe essere in relazione con la villa romana ipotizzata da me nel 1992 e che ora sta venendo alla luce nel centro di Amalfi. Ad un praedium imperiale sarebbe da connettere, invece, il toponimo tramontano di Cesarano. Gli idronomi Reginna Minor e Maior, estesi poi nel Medioevo ai villaggi sorti sul mare, deriverebbero da un termine romano (regina) utilizzato per indicare vie principali di comunicazione (nel nostro caso la via di collegamento tra Nuceria e la Costiera, tramite il Valico di Chiunzi). Altra via classica di comunicazione con Stabia potrebbe essere la medievale arteria denominata Via Stabiana.

La storia di tutte queste ville fu interrotta con la crisi dell’impero romano d’Occidente e la conseguente dissoluzione dell’ordine costituito. Le ville, completamente abbandonate, furono inesorabilmente coperte dal materiale vulcanico depositatosi sui Monti Lattari e slittato a valle a seguito di forti piogge torrenziali, verificatesi soprattutto durante il V sec. Ma gente sul posto dovette comunque rimanere, come sembrano testimoniare alcuni ritrovamenti effettuati negli strati superiori della villa di Minori o a Scala, nonchè la “saga d’origine” di Amalfi e degli Amalfitani.

Questa gente, rinforzata da altra rifugiatasi sui Lattari per sfuggire alle incursioni germaniche, avrebbe poi edificato le città costiere, prime fra le quali Amalfi ed Atrani, attribuendo loro le denominazioni romane dei luoghi in cui sorsero, vecchia ed unica reminiscenza del glorioso passato classico ed imperiale, quando la pax romana dominava il mondo e quando i versi di Stazio celebravano il mare greco della Campania e gli splendori della villa di Pollio Felice a Capo Minerva, la piu prossima agli aspri pendii della Costiera.

Il porto sommerso di Amalfi medievale

Alcune ricerche subacquee farebbero ritenere l'esistenza fino al XIV secolo di una struttura muraria. Il mistero rimane anche se le foto qui riportate, sembrerebbero evidenziare qualcosa in piu di una semplice storia tramandata di padre in figlio con il quale si narra di un violento maremoto che avrebbe distrutto parzialmente la città di Amalfi.
"Sin dal 1979 sono state organizzate campagne di ricerca archeologica subacquea nello specchio d’acqua antistante la cittr di Amalfi, allo scopo di far piena luce sulla tradizione popolare di “Amalfi sommersa”. A tali investigazioni parteciparono pure gli specialisti Robert Bergman, Harold Edgerton e Kay Kaufmann dell’Universitr di Harvard (USA) e dell’M.I.T. (Massachussets Institute of Tecnology).

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Allo stato attuale, a seguito anche di scrupolose e dettagliate ricerche documentarie e storiche, l’enigma di “Amalfi sommersa” c stato pressocchc risolto, in conseguenza di una ricostruzione topografica dell’ “area maritima” della cittr medievale (cfr. G. Gargano, La città davanti al mare. Aree urbane e storie sommerse di Amalfi nel Medioevo, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Amalfi 1992). Cose siamo ora a conoscenza del fatto che da oltre sei secoli riposano nel mare di Amalfi le strutture di porti, moli, banchine, cantieri navali all’aperto, testimonianza ancora viva di una fulgida epoca di progresso e di avanzamento tecnologico. A partire dalla Marina Grande, s’incontra, gir dai 3 metri di profondita, una vasta area circolare e piatta, costituita da una “malta idraulica” grigia ed alquanto resistente. Tale malta c composta di calce e di una terra vulcanica , volgarmente detta “torece”, che abbonda in Costiera. L’area in questione doveva costituire nel Medioevo lo “Scario” della città marinara, cioè una sorta di cantiere all’aperto, dove si costruivano le navi mercantili e nel quale esse si tiravano anche a secco.

Al confine meridionale dello “Scario”, sui 6 metri di profonditr, avanzano, parallelamente alla linea di costa, due linee murarie, composte sempre della medesima malta, in mezzo alle quali passa un condotto sabbioso. Da esse si dipartono due prominenze in muratura, alte dal fondo marino di circa 1,5 metri e lunghe piu di 20 metri, che avanzano verso meridione e perpendicolarmente alla linea di costa. Una di queste, come pure la muraglia precedente, presenta una bitta in fabbrica, che serviva certamente per l’ancoraggio delle navi. Inoltre, la piu orientale delle due prominenze mostra una struttura piu elevata, dalla forma rettangolare. Alcune forme murarie “sinuose” ed alquanto basse sono state di recente individuate in quei paraggi.

L’intero complesso sembra, in conclusione, rappresentare il piu antico attracco della città, con banchine realizzate parte sulla terraferma e parte in acqua, come sembrano, d’altronde, confermare i reperti ceramici ritrovati nelle malte ed attribuibili con ogni probabilitr a prima del XII secolo.

In posizione centrale, al largo dei due moderni pennelli, ad una profonditr di circa 7 metri, avanza a semicerchio una piattaforma artificiale per quasi 150 metri. La struttura, larga 20 metri, s’innalza dai fondali sul lato meridionale di 3 metri, mentre su quello settentrionale s’insabbia. Al centro è stato individuato un fosso rettangolare scavato dalla mano dell’uomo, accanto al quale è stata rinvenuta la parte superiore della calotta di una bitta in pietra.

All’estremità orientale tale piattaforma sembra collegarsi ad una struttura parzialmente insabbiata, costituita da un arco a sesto ribassato, lunga circa 7 metri. Quasi sulla stessa linea, verso la terraferma e ad una profonditr di circa 4 metri vi era un altro arco, fatto di “malta a secco” (piu ricca di calce), purtroppo inesorabilmente schiacciato dai massi del nuovo pennello.

La suddetta piattaforma doveva continuare nello specchio d’acqua racchiuso tra il pennello occidentale ed il molo foraneo, come sembrano dimostrare vari tratti che fuoriescono dal fango dei fondali. Anche nella muratura di tali strutture sono stati ritrovati frammenti ceramici o di terracotta, nonché foglie fossili di piante terrestri.

La ricostruzione archeologica di tale piattaforma ha permesso di stabilire, sulla scorta di documentazione storica, che essa corrisponderebbe al “Molo Capuano”, iniziato dal cardinale Pietro Capuano nel 1209 e completato sicuramente entro il 1271 dall’Universitr di Amalfi. L’opera, un’autentica raritr tecnologica in materia di strutture portuali medievali, fu realizzata completamente in acqua, mediante il getto di pietre e malta idraulica in appositi recinti palizzati, dal cui interno era stata totalmente aspirata l’acqua. Sicuramente furono applicate nella costruzione tecniche mutuate dal mondo arabo. D’altronde in quel periodo gli Amalfitani erano famosi nel Meridione per la loro capacità tecnologica portuale, come dimostra la loro diretta partecipazione alla realizzazione del nuovo molo di Napoli nel 1306.

Cose le strutture portuali e cantieristiche amalfitane (esistevano in Costiera allora ben cinque arsenali e sei cantieri all’aperto) del XIII secolo andavano ad aggiungersi alla antica rada portuale di Conca dei Marini, per tentare ancora una volta di far concorrenza alla potente marineria delle rivali repubbliche tirreniche.

Ma per quale fenomeno naturale tale imponente apparato portuale sprofondn negli abissi e quando cin dovette avvenire? Un dato c certo a riguardo: tutte le strutture sommerse dimostrano di stare perfettamente all’impiedi, evidenziando soltanto una leggera rotazione da nord verso sud. La geologia ufficiale sta oggi lavorando sull’ipotesi di un’improvvisa frana sottomarina, tra l’altro suggerita dall’esame delle cronache medievali, che sarebbe stata accentuata dalla celebre tempesta di libeccio, erroneamente confusa con un maremoto dagli storici del passato, avvenuta nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 1343 e descritta anche dal Petrarca per Napoli.

Alla luce di queste importantissime scoperte archeologiche subacquee sarebbe il caso di vincolare l’area in questione e di usare tutte le opportune strategie al fine di proteggere e di salvaguardare opere di eccezionale entità e valore realizzate dai nostri gloriosi padri."

La Croce di Amalfi

   La croce oggi nota come “croce di Malta” è, in realtà, una croce ottagona (cioè di otto punte) di origine bizantina, risalente, con ogni probabilità, al VI sec. Essa rappresenterebbe le Otto Beatitudini Teologali secondo S. Matteo oppure l’Eternità.
Tale croce fu utilizzata quale simbolo della repubblica di Amalfi almeno sin dall’XI sec., come confermano alcuni tarì amalfitani del 1080, sui quali campeggia chiaramente tale croce.

Quando Gerardo Sasso di Scala istituì nell’ospedale amalfitano di Gerusalemme l’Ordine monastico-cavalleresco di S. Giovanni, utilizzò tale croce, bianca in campo nero, come simbolo. In seguito l’Ordine mutò il suo appellativo in “Sovrano Ordine Militare di Malta” (sua nuova sede); da quel momento in poi la croce ottagona fu chiamata “croce di Malta”.
In realtà, se vogliamo attenerci ai contenuti storico-araldici, essa dovrebbe giustamente essere denominata piuttosto “croce di Amalfi”.

Si ringrazia il prof. Giuseppe Gargano

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